Se stai trascorrendo la tua estate in città, sognando le foreste e il fresco dell’Alaska, se tutti gli amici ti hanno tirato il pacco e la compagnia del tuo cane non ti basta più, se sei un fan di licantropi alla Twilight… mai pensato di fare un po’ di allenamento con un…cucciolo di lupo? Non è un gioco da ragazzi, ma è quello che si trova ad affrontare Mark, giovane docente di filosofia di un’università americana. Una storia vera, che commuove e fa riflettere.
Edito
da Mondadori,
2009
Pagine
228
Euro
18,50
Trama:
Mark Rowlands, giovane e inquieto docente di filosofia, legge per caso su un
giornale una singolare inserzione, si incuriosisce e risponde. Qualche ora dopo
è il padrone felice di un cucciolo di lupo, a cui dà nome Brenin
("re" in gallese antico). Per undici anni, sarà lui la presenza più
importante nella vita del professore, che seguirà ovunque: assisterà alle sue
lezioni acciambellato sotto la cattedra, incurante degli iniziali timori e del
successivo entusiasmo degli studenti, ne condividerà avventure, gioie e dolori,
lo accompagnerà nei suoi spostamenti dall'America all'Irlanda alla Francia,
dove Mark si trasferisce dopo aver troncato quasi ogni legame con i suoi
simili. E sarà, soprattutto, una fonte continua di spunti di riflessione e idee
filosofiche perché, contrariamente allo stereotipo che ne fa un emblema del
male, della ferocia, del lato oscuro dell'umanità, il lupo è per Rowlands
metafora di luce e di verità, la guida per un viaggio interiore alla scoperta
della propria più intima e segreta identità: "Il lupo è la radura
dell'anima umana ... svela ciò che rimane nascosto nelle storie che raccontiamo
su noi stessi". La sua natura selvaggia e indomabile, infatti, rivela a
chi gli sta accanto un modo di vivere e di fare esperienza del mondo non solo
radicalmente diverso da quello degli uomini, ma forse anche più autentico e
appagante perché immune da doppi fini, da ogni atteggiamento di calcolo e
manipolazione.
Una
motivazione per leggerlo?
Ve
ne offro due:
“Credo di aver capito perché ho amato Brenin così tanto e perché sento così dolorosamente la sua mancanza, adesso che non c’è più. Lui mi ha insegnato una cosa che non avrei mai appreso con i mezzi dell’istruzione ufficiale, cioè che in una qualche antica parte della mia anima viveva ancora un lupo.”
"Ma se l'arte del lupo era qualcosa che non potevo emulare, sotto c'era qualcos'altro: una forza a cui potevo almeno tentare di avvicinarmi. La scimmia che sono è una creatura goffa e sgraziata specializzata in debolezza, una debolezza che crea negli altri e una debolezza da cui in ultima analisi è affetta. È questa debolezza che permette al male — al male morale — di prendere piede nel mondo. L'arte del lupo è fondata sulla sua forza. Un giorno portai come al solito Brenin con me all'allenamento di rugby. Aveva circa due mesi ed era il periodo un cui aveva preso l'abitudine di tormentare Rugger, al quale non era per niente simpatico. Dopo un po' Rugger perse la pazienza, afferrò Brenin per il collo e lo inchiodò a terra. Va ascritto a suo grande merito il fatto di essersi limitato a questo. Avrebbe potuto spezzare il piccolo collo di Brenin come un ramoscello. Perfino un pit bull può superare l'esame di Kundera. Ma è stata la reazione di Brenin quella che mi rimarrà per sempre dentro. La maggior parte dei cuccioli si sarebbe messa a guaire per lo shock e il terrore. Brenin ringhiò. E non era il brontolio di un cucciolo, ma un ringhio profondo, calmo e sonoro in contrasto con la sua tenera età. Questa è forza. Ed è questo che ho sempre cercato di portare con me e che spero di portare con me per sempre. In quanto scimmia, non sarò all'altezza, ma ho l'obbligo, l'obbligo morale, di non dimenticarlo mai e di emularlo per quanto mi è possibile [...] nei miei momenti migliori sono un cucciolo di lupo e ringhio la mia sfida al pit bull che mi ha inchiodato a terra. Il mio ringhio è riconoscere il fatto che sta per arrivare il dolore, perché il dolore è la natura della vita. È ammettere che sono solo un cucciolo e che, in qualsiasi momento, il pitbull della vita può spezzarmi il collo come un ramoscello. Ma è anche l'espressione della mia volontà di non cedere, succeda quel che succeda."
Philippa Gregory è una certezza, per gli amanti del romanzo storico e per chi, semplicemente, vuole conoscere la storia inglese dribblando noiosissimi manuali pesanti come macigni. Consiglierei tutti i suoi libri, ma questo in particolare ha un sapore più estivo e un’ambientazione lievemente differente da quella a cui ci ha abituati la Gregory. Abbandonate le nebbie inglesi e i cupi castelli che all’occorrenza si fanno prigioni, Caterina la prima moglie ci consente di viaggiare nelle calde terre di Spagna per scoprire le radici di una cultura, quella araba — verso la quale noi europei siamo profondamente debitori — al seguito di una regina guerriera, Isabella di Castiglia, famosa per la cacciata dei mori dalle sue terre (salvo scoprire poi che lei stessa ne rispettava profondamente le millenarie conoscenze, la sapienza medica, tanto da circondarsi di dottori arabi e godere di magnifiche residenze orientaleggianti).
Caterina la prima moglie di Philippa Gregory.
Caterina la prima moglie di Philippa Gregory.
Edito
da Sperling&Kupfer, 2009
Pag.
532
Euro
20,90
Trama:
Caterina d'Aragona è l'Infanta di Spagna, i
suoi genitori sono i potenti Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia,
sovrani e crociati. A tre anni viene promessa al principe Arturo, figlio ed
erede di Enrico VII d'Inghilterra, ed educata per diventare principessa del
Galles. Lei sa che il suo destino è quello di reggere quel lontano, umido e
freddo Paese. La sua certezza tuttavia vacilla quando, giunta nella nuova
terra, è accolta dal futuro suocero con un grave insulto. Arturo sembra poco
più di un ragazzo, il cibo è strano e gli usi e costumi sono rozzi in confronto
alle raffinatezze della Spagna. Piano piano, però, Caterina si adatta alla
prima corte Tudor e la vita al fianco di Arturo si fa più sopportabile. Anzi,
inaspettatamente, da questo matrimonio combinato sboccia un amore tenero e
pieno di passione. Quando il principe muore, Caterina deve ridisegnare il
proprio futuro: come può ora diventare regina e fondare una dinastia? Solo
sposando il giovanissimo fratello di Arturo, il solare ma viziato Enrico. La
famiglia reale inglese è contraria a queste nozze, tanto più che Enrico VII si
è invaghito di lei. Caterina però è la degna figlia di Isabella e il suo
spirito battagliero è indomito. Per quanto sola e osteggiata, farà di tutto per
raggiungere il proprio scopo: anche se ciò significherà pronunciare la menzogna
più grande di tutte e restarvi fedele a qualsiasi prezzo.
Spiaggia, lo sciabordio delle onde, il sole che brucia la pelle, una bibita rinfrescante… che ne dite di condire il tutto con un tocco nero alla Lansdale? Giusto per non annoiarsi e trovare il piacere di un brivido. Qualche motivazione per leggerlo se non siete ancora convinti? Perché, per dirla con le parole di Nicolò Ammaniti: “consiglierei a un analfabeta di imparare a leggere solo per poter conoscere Lansdale”.
Mucho
Mojo di J. R. Lansdale
Edito
da Einaudi, 2007
Pag281
Euro
13,00
Trama:
Lo hanno soprannominato "Mojo storyteller" dal titolo di
questo libro. "Mojo" è un po' di magia nera con una spruzzata di
sesso, ma nella miscela Lansdale c'è anche parecchio horror e l'umorismo non
manca mai. Qui c'è perfino lo scheletro di un bambino sepolto sotto il
pavimento... Ma andiamo con ordine. Dopo essersi ripresi da una losca disavventura,
Hap Collins e Leonard Rine sono tornati alla loro vita di sempre, fatta di
lavoretti, ozio e birre ghiacciate. Ma tutto cambia quando uno zio di Leonard
muore e lascia il nipote erede di una casa fatiscente e di centomila dollari in
contanti. I due si trasferiscono nell'antica dimora e decidono di
ristrutturarla per rivenderla a un prezzo ragionevole, ma ben presto fanno la
macabra scoperta della creatura sotto le assi. Con l'aiuto non sempre compiaciuto
di due poliziotti e il sostegno di una bella avvocatessa di colore, Hap e
Leonard scoprono una realtà ancor più agghiacciante: sono ormai dieci anni che,
nel mese di agosto, scompare dal quartiere un bambino di colore, povero e
figlio illegittimo, spesso di una prostituta. E gli indizi raccolti dai due
investigatori sembrano convergere verso personaggi influenti della comunità, i
classici insospettabili.
Il caldo e le vacanze ci fanno venire voglia di spogliarci dei fagotti dell’inverno e cambiare pelle portando una ventata di aria fresca nel nostro guardaroba. E se l’abito facesse davvero il monaco? Una motivazione in più? Perché dopo averlo letto, non guarderete più il vostro armadio nello stesso modo…
Edito Feltrinelli –
Universale Economica, 2001
Pag.192
Euro 7
Trama:
Qui non si parla di moda, ma di
vestiti. E sono le donne a parlarne. Donne scrittrici di tutto il mondo, 33
donne di culture diverse che raccontano a partire dai vestiti. Basta un solo
capo di abbigliamento per destare memorie, identità negate o ritrovate,
sentimenti d'amore o di rabbia, stagioni dell'esistenza. Il vestito copre e
scopre. Nasconde il corpo e lo rivela. Dice. Comunica. E diventa un punto
sostanziale della storia, della cultura, della sessualità. È
un rito e un racconto. Sciarpe, cappelli, biancheria
intima, gonne, calze, eleganti abiti da sera: nulla manca in questa sfilata di
capi unici, come unica è la memoria che li evoca. Indumenti come rito di
passaggio, esplorati nel loro legame con la sessualità o la politica, nel loro
rapporto con la storia, visti come specchio delle intricate relazioni
madre-figlia.





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