È un dato ormai, di fatto: il ruolo dello scrittore è cambiato, non necessariamente in un’accezione positiva. La modernità è un mostro che fagocita ogni spiraglio di libero pensiero, anche quello dell’arte. Siamo molto lontani, com’è forse giusto che sia (ma non ne siamo così convinti), dalla figura di colui che faceva della sua arte vita e viceversa. Lontani da coloro che incidevano le parole su carta per lasciare un messaggio ai posteri, o solo perché ne sentivano dannatamente il bisogno. Come respirare, come mangiare, come alito di vita, senza il quale la stessa esistenza non avrebbe avuto senso. La scrittura era visione, l’interpretazione della società in cui l’artista viveva. Il libro era il sogno o la ribellione di un’anima.
Con l’avvento dell’era moderna e in modo particolare con il dominio dei mass media (parliamo della metà del secolo scorso) la figura dello scrittore, in quanto artista, sovversivo, filtro tra il mondo reale e quello immaginario, ha levato al cielo il suo canto del cigno.
In passato, si cercava il libro, non il nome di chi lo aveva scritto.
Oggi, lo scenario nel quale l’autore opera e il mercato editoriale di cui fa parte è del tutto mutato, lo scrittore diviene così il personaggio attorno al quale ruotano strategie di marketing sempre più complesse e sempre più mirate a vendere il vendibile. L’autore non è più colui che lavora dietro le quinte, lasciando che sia la propria opera a trovare il suo posto nel mondo, ma si atteggia a star hollywoodiana. La stessa scrittura deve rispettare i trend del momento, trend che arrivano, nella maggior parte dei casi, da oltreoceano. Quali sono i generi che vendono di più? Qual è quello maggiormente richiesto dai lettori? Queste sono le domande imperanti a cui bisogna rispondere.
Siamo nell’era del “caso editoriale”, che non sempre corrisponde necessariamente alla qualità, quanto piuttosto al “basta che se ne parli”. Da artigiano della parola, lo scrittore è divenuto uno degli anelli della catena di produzione del mondo dell’editoria, e lavora sempre più spesso su commissione. Ha sacrificato la sua “voce interiore” per mettersi, così, al servizio della legge di mercato. L’omologazione ne è la conseguenza. Oggi i libri si acquistano nei supermercati, esposti in scaffali che si trovano accanto a quelli dei salami e delle mozzarelle.
Al Women’s Fiction Festival di Matera 2011, ascoltando alcuni americani addetti ai lavori che davano consigli agli scrittori e agli aspiranti tali, si aveva l'impressione che si riferissero alla scrittura di un libro come a un lavoro in cui si deve confezionare il vestito adatto, rispondendo a specifiche esigenze del cliente. Il taglio adatto, la fantasia adatta, il modello adatto. Certo, scrivere oggi è anche questo, però mai come in quella occasione la sensazione è stata quella di una produzione di massa: avventure romance con begli uomini in tartan per commesse che devono andare al lavoro in metropolitana, variazioni in stile paranormal per ragazzine che sbavano per Edward e Jacob (stiamo parlando di Twilight, ovviamente) e via così. Okay, la lettura ha un effetto potenzialmente endemico e quindi si può sempre cominciare a leggere partendo da qualsiasi lato di questo mondo sfaccettato, per carità, ma la differenza, rimanendo nella metafora del taglio e cucito, non è fra una sartina e Armani – che ha dalla sua lo stile, la poesia anche di certe trovate originali, ma sobrie – ma fra chiunque metta la sua anima nell'abito che concepisce e chi magari, noto o meno noto, semplicemente non lo fa.Allora, per fronteggiare l'abbassamento delle aspettative del pubblico, drogato da schifezze (Cinquanta sfumature di schifezze), quale speranza dobbiamo riporre nel futuro? Forse auspicare un considerevole aumento del buon senso delle case editrici, che dovrebbero capire che diavolo stanno facendo e trovare un equilibrio fra la tradizione del loro lavoro, le vendite e l'orgia del bagno nei social network, che sono diventati l'ultimo mezzo per proporre linee editoriali, fra concorsi e contest. Quel che sappiamo è che le storie, a volte, hanno quel qualcosa per cui rimangono impresse nei cuori e segnano, con un senso di necessità e di precisione nel modo in cui interpretano l'anima umana. Non solo il cuore, come emozione – gli scrittori come distributori a gettone di emozioni facili – e non solo la mente, che pure si forma sui grandi pensieri, ma l'anima.
Voi, piuttosto, cosa ne pensate?



Secondo me la filosofia «Arte per arte», che si sviluppò attorno alla metà dell'Ottocento, ci devia un po'.
RispondiEliminaSicuramente c'era chi considerava la letteratura come un'arte, pressoché scevra da altro; un esempio calzante è Flaubert, che abbracciò proprio il must arte per arte, addirittura stravolgendolo, fino ad arrivare all'opera come puro esercizio di stile.
Ciò non significa che gli scrittori spesso non si trovassero a scrivere esclusivamente per soldi: a Diderot capitò di scrivere solo per denaro (compose I gioielli indiscreti in due settimane per finanziare la propria amante). Dumas veniva pagato a riga e si inventò un servo balbuziente per scrivere più righe e guadagnare di più.
Ciò non significa nemmeno che nel passato non ci fossero delle primitive strategie di marketing applicate a certi nomi: basti pensare, in tal senso, a Voltaire e Russeau e, più recentemente, a Herbert George Wells, che finirono per essere comprati per il loro nome (per quanto le loro opere continuassero a essere valide).
In ogni caso, il fatto che la società cambi e che la scrittura cambi con essa credo sia naturale e auspicabile.
Quanto all'idea dell'opera confezionata, è vero che negli Stati Uniti spesso il punto di vista che prevale quando si parla della scrittura è quello dell'opera potenzialmente da pubblicare. Ciò non significa che agli autori pubblicati non piaccia quello che scrivono e che si pieghino esclusivamente alle esigenze di mercato. Credo che, nella maggior parte dei casi, si tratti più di un fortunato connubio.
Secondo me la filosofia «Arte per arte», che si sviluppò attorno alla metà dell'Ottocento, ci devia un po'.
Sicuramente c'era chi considerava la letteratura come un'arte, pressoché scevra da altro; un esempio calzante è Flaubert, che abbracciò proprio il must arte per arte, addirittura stravolgendolo, fino ad arrivare all'opera come puro esercizio di stile.
Ciò non significa che gli scrittori spesso non si trovassero a scrivere esclusivamente per soldi: a Diderot capitò di scrivere solo per denaro (compose I gioielli indiscreti in due settimane per finanziare la propria amante). Dumas veniva pagato a riga e si inventò un servo balbuziente per scrivere più righe e guadagnare di più.
Ciò non significa nemmeno che nel passato non ci fossero delle primitive strategie di marketing applicate a certi nomi: basti pensare, in tal senso, a Voltaire e Russeau e, più recentemente, a Herbert George Wells, che finirono per essere comprati per il loro nome (per quanto le loro opere continuassero a essere valide).
In ogni caso, il fatto che la società cambi e che la scrittura cambi con essa credo sia naturale e auspicabile.
Credo, infine, che considerare alcune pubblicazioni delle 'schifezze' sia controproducente. Decisamente più interessante è osservare l'atteggiamento dei lettori nei confronti dei libri che si trovano davanti. Che Cinquanta sfumature di grigio abbia venduto molto passa in secondo piano: è più importante imbattersi in recensioni di lettori consapevoli, che abbiano saputo esercitare la propria capacità critica leggendolo, a prescindere da giudizi positivi o negativi.
E, poi, vogliamo dirla tutta: ci sono stati (Baudelaire era uno di questi) e credo ci siano ancora grandi autori che si dilettano a leggere scrittori 'mediocri' apprezzandone le storie, senza usare i nostri stessi severi metodi di giudizio, ma con un atteggiamento decisamente più tranquillo.
Ludo.
Ciao Ludo,
RispondiEliminasono d'accordo con te su alcuni punti, ad esempio sul fatto che alcuni scrittori scrivessero per soldi. Avranno anche scritto su commissione, ma d'altra parte sono riusciti a dare vita a vere opere letterarie. Certo è che l'omologazione è il male dei nostri tempi.
La scrittura ha perso in parte il suo ruolo, ed è sempre più spesso impostata sulla fiction di evasione, più che sulla riflessione o sull'interpretazione della società. La scrittura è sempre meno punto di rottura con gli schemi. Non sono poi così certa sulla capacità critica di un certo tipo lettori. Certo, il pubblico resta sovrano, ma quanto incide, sulla decisione di un lettore, il tam tam del marketing e della pubblicità che spaccia libri "mediocri" per casi letterari?
Riguardo Baudelaire, sono certa che non sarà stato severo riguardo il giudizio su un certo tipo di pubblicazioni, fatto sta che, da parte sua, ha fatto dell'arte vita e della vita arte. La mediocrità non faceva certo parte del suo DNA.
Un caro saluto e grazie per questo confronto,
Elisabetta
Il punto è che secondo me la scrittura non ha un «suo ruolo», ma ne assume un'infinità. Come c'è chi pensa che la scrittura di qualità dovrebbe improntarsi «sulla riflessione o sull'interpretazione della socità», c'è chi crede dovrebbe puntare sull'approfondita caratterizzazione e lo stile ricercato (in senso lato, equilibrato, armonioso e attento alla composzione di figure e tropi). Basti pensare che una fetta della critica contemporanea considera Manzoni un bravo scrittore, ma che ha perso il treno, che si è messo a scrivere un romanzo storico quando il genere era al tramonto e non riusciva più a riflettere alcune istanze della società, e non ha saputo afferrare gli aspetti del cambiamento e scrivere qualcosa di più calzante per il momento in cui viveva. E con questo non voglio innestare una polemica, bensì solo sottolineare in quanti modi diversi ci si possa porre nei confronti della scrittura.
EliminaPer quanto riguarda il marketing, è sempre bene ricordare che non crea bisogni, ma li soddisfa. E, in linea di principio, se un lettore rimane vittima di un cattivo marketing, pensando che un prodotto risponda alle proprie esigenze quando invece non lo fa, difficilmente si farà infinocchiare di nuovo o, in ogni caso, si metterà a protestare.
Ludo.
Io spesso apprezzo libri anche se mi rendo conto che sono mediocri, come diceva Ludo di alcuni scrittori.
RispondiEliminaMi piacciono ma neanche io so spiegarmi bene il perché dal momento che stilisticamente ci trovo migliaia di difetti. Ma va anche bene cosi' in fondo. Il fatto che mi sia piaciuto é sufficiente.
Inoltre a me non dispiace per niente trovare i libri al supermercato tra i salami e le mozzarelle: vuol dire che costano meno e sono piu' accessibili e si possono trovare ovunque.
Saro' sempre ben disposta verso qualsiasi forma o luogo che mi faccia trovare libri a poco prezzo.
Quello che mi piace meno é pensare che l'autore affronti un tema che non gli piaccia pur di venire pubblicato lo stesso. Vedi le varie mode, come per es. quella recente dello steampunk.
Stanno spuntando steampunk come funghi, anche da scrittori che fino a ieri si dedicavano ad un altro genere.
La spontaneità di questa cosa, ovviamente, mi puzza. E mi dispiacerebbe davvero molto pensare che un autore che desidera scrivere una storia di un certo tipo si sforzi o sia "obbligato" a scrivere, per es., steampunk.
Detto questo nessuno li costringe a farlo in fondo. Noi da lettori non sapremo mai veramente con che spirito lo scrittore si é messo davanti al computer, potremo solo apprezzare o meno la storia.
In ultimo, personalmente sono contenta che gli scrittori non aspettino solo "il grande sogno" o "la ribellione dell'anima", ma seguano anche solo una piccola idea e/o un istinto loro. Se aspettassero quel momento magico o quella grande opera, forse non ci sarebbero tantissime storie gradevoli e meravigliose, che pero' non sono di certo grandi opere d'arte o di alta letteratura.
Manu
Eh, anche secondo me l'unico modo di uscirne è un minimo di ripresa di coscienza degli editori. Onestamente, ma si può essere fieri di aver pubblicato CinquantaSfumatureDi*non dico cosa solo perché questo non è il mio blog e non mi permetto d'essere volgare qui*? Cioè, io me ne vergognerei. Ma non parlo solo di quella roba lì, parlo di tutte le robe di bassa qualità che vengono rifilate alle librerie e che riempiono gli scaffali. Una volta comprare un libro era una certezza e una scoperta, ora è un rischio. C'è da essere cauti, non sai mai quanto e come un dato libro potrà essere scadente.
RispondiEliminaD'altronde solo le case editrici possono cambiare il flusso. Magari con un aiutino da noi lettori, ecco. Il fatto è che io capisco i casi editoriali. Però cavolo, devono proprio fare tutti schifo? Voglio dire, Zafòn è un genio, scrive da Dio, crea delle trame fantastiche e assurde... eppure ha venduto. E continua a vendere. E continuerà a vendere, secondo me, per altri vent'anni. Perché se lo merita. CinquantaSfumature e feci varie scompariranno tra un paio d'anni, forse meno. Già Moccia non se lo fila più nessuno.
Cioè, a me sembra una tattica cieca. Fai calare il rispetto e la fiducia dei lettori, spendi un casino per guadagnare moltissimo nell'immediato ma poi più nulla. E' un lampo o una bolla che scoppia, io fossi in loro preferirei un introito regolare e costante. Tipo con dei libri di qualità. Tipo.
La pubblicità e il marketing creano anche bisogni. Non dimentichiamo "Il sogno della merce" Baudrillard, non dimentichiamo le indagini di mercato, né la disposizione razionalizzata, anche sulle base dei colori, dei prodotti sugli scaffali dei supermercati.
RispondiEliminaNon è certo un caso se i libri sono messi accanto alle mozzarelle e ai salami.
La scrittura ha sicuramente ruoli diversi, ma il problema è che trovo sempre meno qualità, anche riguardo lo sviluppo della trama, la caratterizzazione dei personaggi, le tecniche narrative, lo stile Mi sembra, sinceramente, che i libri si somiglino un po' tutti. Per citare Simona Vinci: "C'è differenza tra quello che va scritto e quello che DEVE essere scritto".
Appunto, è in questo senso che soddisfa bisogni: se l'accoppiata blu e arancione mi fa sentire alla moda, sarò portata a comprarla e le indagini di mercato si fanno per sapere cosa mi fa sentire alla moda, se voglio sentirmi alla moda, etc. allo scopo di produrre blu-arancione e fare soldi su una mia esigenza. La nascita del post-it insegna:
Eliminahttp://www.evangelici.net/notizie/1080750121.html
(primo link trovato; l'adesivo in questione riesce ad essere utilizzato solod dopo che si trova un modo di soddisfare i bisogni dei clienti)
Persino Zola si rendeva conto di che cosa fosse il marketing, quando ancora non si chiamava così, e mise a futto quello che aveva compreso ne Al paradiso delle signore.
In ogni caso, saltando un po' di palo in frasca, visto che LaLeggivendola ha nominato Zafòn, mi permetto di consigliare di dare una possibilità a Felix J. Palma (lo trovate anche in biblioteca) a chi ha voglia di provare a leggere qualcosa di diverso.
Ludo.
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
RispondiEliminaSulla ripresa di coscienza da parte degli editori sono d'accordo in toto. Investire nel lungo periodo, sulla qualità e sulla fidelizzazione. E ridare voce in capitolo ai librai.
RispondiEliminadevo contraddirti sul fatto che tutti gli scrittori si atteggino a pop star! alcuni tra i più importanti scrittori americani, tra cui Cormac McCarthy e Thomas Pynchon, sono autentici fantasmi... non sappiamo sostanzialmente neanche che facciamo abbiano. Molti scrittori poi sono scesi spesso in campo a smentire le interpretazioni che venivano date ai loro libri, ma molti, tra cui niente di meno che T. S. Eliot, si sono sempre rifiutati pensando che sia compito del pubblico stabilire la verità di un testo. Poi considera che se gli editori propongono certi testi che la gente però compra, non so se sia opportuno incolpare gli editori o i lettori. Il singolo lettore è liberissimo di acquistare (magari su internet) il libro che più gli piace.
RispondiEliminarispetto alla mercificazione, il dover rispondere a logiche di mercato o di potere è discorso lungo che comincia nell'antica Grecia con Pindaro e continua con i sofisti. L'artista, se non vuole morire di fame, non è mai libero. L'arte per l'arte è solo un'illusione estetizzante.
scusate, da come prosegue il discorso, mi accorgo che forse ho frainteso il tenore del post.
RispondiEliminasono d'accordo su piu' qualità, come per es. piu' coraggio nelle scelte editoriali, migliori traduzioni, eccetera.
sono meno d'accordo sull'aspettare la grande opera d'arte del secolo di alta letteratura o che uno scrittore debba porsi in quella maniera per forza davanti alla scrittura.
primo l'alta letteratura non soddisfa tutti i bisogni e poi é troppo rara.
Manu
Manu, parlavo di scrittori di oggi, non di ieri (riferendomi all'atteggiamento di alcuni a pop star).
RispondiEliminaEh, sono d'accordo! Le opere d'alta letteratura sono rare, però chiedere un libro ben scritto, con una trama ben fatta e una buona caratterizzazione dei personaggi è chiedere troppo?
Leggero Palma con piacere.
domanda per elisabetta: se vuoi tenere alto il livello della letteratura, perché cominci a non scrivere più tu in prima persona? con affetto!
RispondiElimina