A un anno dalla legge Levi cosa è cambiato?
Se lo sono chiesti librai, editorie addetti ai lavori, lo scorso 25 settembre in un congresso che si è tenuto presso la Camera dei deputati. Legge contestata, odiata, discussa, rimane ad oggi l’unico atto normativo che il Parlamento italiano abbia promulgato per tentare di soccorrere il mercato culturale ed editoriale che sta attraversando un periodo di crisi enorme. La congiuntura economica si somma alla saturazione del mercato con prodotti di bassa qualità. A questo scenario di per sé sconfortante, si abbina la presenza schiacciante dei grandi colossi dell’editoria che rivestono un duplice (o triplice) ruolo: quello di editori, distributori e venditori dei propri prodotti.
La legge Levi ha avuto il merito di porre un freno allo sconto selvaggio che ha messo in ginocchio la piccola editoria e le librerie indipendenti; ma non tutela queste realtà, non abbastanza.
In verità, le considerazioni emerse dal congresso tenutosi alla Camera dimostrano come non sia possibile effettuare una vera e propria valutazione tranchant della legge Levi sul mercato, proprio perché siamo in una fase di estrema instabilità economica e culturale. In altre parole: i dati sono falsati dal profondo mutamento delle abitudini di spesa di lettori medi e forti.
Assistiamo a una crisi economica globale che impone una redistribuzione del reddito nel portafoglio di spesa del singolo consumatore. Si tratta di adattare il proprio vincolo di bilancio, il tetto di spesa, lo stipendio insomma, in modo tale da soddisfare i bisogni primari. Ovvio che una persona con un reddito medio (e magari con una famiglia) taglierà per prima cosa le spese voluttuarie (tra cui libri e cinema) o ridurrà molto la quota a disposizione per questi beni, per esempio ricorrendo a supporti digitali e agli ebook (pirata e non). Da qui, anche, la maggiore oculatezza nella spesa e i cambiamenti nei gusti dei lettori: per esempio scegliendo i classici o le riedizioni di grandi successi in paperback. Perché, è bene riconoscerlo, il consumatore/lettore è diventato assai guardingo nei confronti dei c.d. casi editoriali (specie quando ha pochi soldi in tasca) che le case editrici sfornano a getto continuo, creando aspettative che poi vengono puntualmente disattese, così come sono stanchi dei romanzi-cloni. Un esempio: dopo le famigerate 50 sfumature, il mercato è stato invaso da erotici o pseudo tali che non hanno nemmeno lontanamente il successo del capostipite ma che vengono lanciati come successi epocali… finendo per prendere polvere sugli scaffali. Lo dimostrano gli stand delle librerie di catena: gli scaffali dinanzi l’ingresso – quelli dove trovano posto novità e best-seller – sono spesso pieni di pile di libri strapubblicizzati e malinconicamente invenduti.
La legge Levi ha avuto un effetto che non si è ancora in grado di cogliere appieno proprio per questo motivo. Perché, allo stato dei fatti, non si comprende dove inizia la crisi editoriale legata alla scarsa qualità dei testi pubblicati e alla superfetazione della produzione e dove invece incide maggiormente la motivazione economica e la scarsità di soldi.
A questo si aggiunge un dato sconfortante, che è emerso tra le righe del convegno: la scarsa progettualità per il futuro da parte delle case editrici.
Di questo ha parlato anche Loredana Lipperini, (qui per l’intervista) che ha commentato acutamente come gli editori stiano puntando alla scrittura su commissione, cercando di intercettare quanto più possibile il gusto dei lettori, facendo sì che l’autore scriva secondo i (presunti) gusti del pubblico… ed evitando, di fatto, di sperimentare, esplorare, innovare, quelle sfide che uno scrittore affronta ogni giorno.
Purtroppo si tratta di una necessità, specie per chi fa questo come mestiere. Infatti, la congiuntura economica che sta asfissiando l’editoria ha portato come conseguenza la restrizione di posti di lavoro a ogni livello della filiera. Così, non solo librerie che chiudono, ma anche operatori di settore messi in cassa integrazione. Mi riferisco, ad esempio, ai lavoratori della Giunti, che sono stati collocati in c.i.g. o alla progressiva esternalizzazione delle attività tipiche di una redazione di una casa editrice, come traduzioni, correzione di bozze e editing.
Perché? Semplice. Un lavoratore – dipendente – costa molto più di un collaboratore esterno o a progetto. Questo si traduce altresì in una perdita in termini di professionalizzazione degli addetti ai lavori. Un esempio concreto: affidare la traduzione dei volumi di una saga a diversi traduttori significa non curarsi della qualità del testo, né della continuità stilistica tipica dei romanzi articolati su più volumi. Ovvio che i lettori (e le lettrici) si ribellino per la scarsa qualità dei testi.
Così, l’interesse prioritario della casa editrice è di far cassa: pochi maledetti e subito, per garantire dei ricavi immediati. Non vi è progettualità perché questa impone accantonamenti, progettualità in termini di crescita e di investimenti economici.
E in questa fase, investire è rischioso. Tuttavia, l’audacia e la qualità potrebbero essere i punti di partenza fondamentali per far ripartire un mercato asfittico qual è quello dell’editoria italiana. Siamo ormai all’anno zero della produzione letteraria italiana: dopo vampiri scoparecci, libri cloni, frustini e cucine, adolescenti inquieti e libri segreti, il mercato editoriale ha bisogno di autentiche novità. È una necessità più che un desiderio: rischiamo di perdere generazioni di lettori e lettrici che, dopo l’orgia di libri per adolescenti, si trovano dinanzi il nulla. Bisogna investire sul futuro per educare i giovani lettori e soprattutto le giovani lettrici, creare scuderie di talenti italiani, lavorare su squadre di editor e traduttori.
Forse questa potrebbe essere una strada per uscire dalla crisi. Forse.


Editor? Editor chi?
RispondiEliminaHo intenzione di intraprendere un master per questa professione, ma per lavorare dove, dal momento che 'editor' ormai è una parola sconosciuta? Moltissime case editrici ormai ne fanno a meno o affidano l'editing a persone non referenziate.
La legge Levi ha messo un tetto agli sconti, ma non è che abbia notato troppa differenza, nel senso che i grandi gruppi continuano a scontare come altri non possono fare. Qualche giorno fa, per altro, passando da Feltrinelli, leggo sul foglietto informativo che facendo la loro carta+..."Ricevi un 3% di sconto ogni € 1,00 di spesa, per acquisti effettuati in un unico scontrino.
RispondiEliminaPuoi beneficiare degli Sconti Più immediatamente sui prodotti acquistati e riportati sullo stesso scontrino, oppure puoi conservarli e beneficiarne per acquisti futuri. Resta sempre escluso il diritto del titolare di trasformare in denaro lo sconto maturato e non ancora utilizzato.
Lo sconto deve essere utilizzato completamente ed in unica soluzione nel caso risulti inferiore al valore dello scontrino. Nel caso sia superiore al valore dello scontrino, può essere invece utilizzato parzialmente, ma comunque per un importo pari all’ammontare dello scontrino stesso. L’eventuale sconto residuo sarà disponibile per l’acquisto successivo". Da cui sembra seguire che se spendo 20 euro ho il 60% di sconto...
Editor e traduttori competenti messi in condizione di far bene il loro lavoro sono figure in via di estinzione?!?
RispondiEliminaAnche il lettore forte si adegua! e si auto estingue, si soffre troppo a legger romanzi mal tradotti ... e di certo non si a voglia di spender soldi per certi prodotti mal fatti...
L'ho già raccontato, mio fratello andando per lavoro in USA ha comprato delle prime edizioni degli ultimi romanzi di autori che ama ( lui legge in lingua, io no purtroppo) crisi o non crisi là le prime edizioni sono con copertina rigida E rilegate col filo a rete E in carta di buona qualità e quindi uno spende volentieri quei 15/20 dollari per un prodotto di qualità....
In Italia le prime edizioni che escono costano sui 15/20 euro, Non sono rilegate ma Incollate , infatti in Italia c'è anche l'imbroglio sulle "diciture" quando compri, mettono rilegato quando il libro è solo cartonato ( ovvero ha la copertina rigida)e incollato ...le case editrici italiane hanno iniziato così ... dandoci un supporto al romanzo che non vale nulla , che per loro è economico , che è di scarsa qualità, ma a noi lo fanno pagare sempre 15/20 euro o più !!!!
E poi hanno continuato la discesa verso la scarsa qualità andando ad intaccare anche la sostanza del prodotto oltre al suo supporto... usando traduttori incompetenti o che non fanno il buon lavoro che potrebbero perché mal pagati o nulla pagati, usando come editor figure incompetenti o non facendo proprio per nulla la revisione dell'opera...
la discesa prosegue e noi paghiamo....
Io lettore mi scoccio di esser preso per i fondelli ( diciamo così...) e sfruttato e li mando , con forte rancore , a quel paese ( purtroppo ci siamo già!)... e mi estinguo piano piano ...
Perché quando non compri un libro che ti ispira tantissimo perché sai che quella casa editrice traduce male ... e questo cosa si ripete più e più volte , ti auto estingui come lettore ...
I piccoli editori virtuosi devono piantarla di non far nulla per se stessi e aspettare il miracolo!!!
Devono associarsi tra loro , devono creare una lega o lobby o come altro si chiama e piantarla di farsi comprare/assorbire da editori più grossi che la prima cosa che fanno dopo averli presi è distruggere tutta la qualità dei loro prodotti ...
Non erano gli sconti selvaggi che rovinavano i piccoli editori ( almeno pagavo niente un prodotto da niente ora pago tanto un prodotto sempre da niente!)ma l'incapacità di farsi conoscere dalla massa, infatti un buon libro ben fatto e ben tradotto 15/20 euro e più vale e li si spende volentieri , ma se non si sa che esiste come si fa a fare la spesa...
La crisi su un lettore forte incide relativamente, infatti chi ama leggere tende a risparmiare su altre cose, in genere, certo che se sa che il prodotto /libro che andrà a comprare è un prodotto che non vale la spesa per i motivi sopra detti, con la crisi si tenderà a non buttare soldi in schifezze !!!!
E il lettore forte diventa un compratore sporadico ( perché forse compra meno, ma di certo legge ancora ... magari certi libri che ha nella libreria di casa dagli anni 90 e ancora non ha letto ! ( come è successo a me :-) , utile la crisi e l'incompetenza odierna!) o libri presi alla biblioteca ( grazie biblioteche di esistere)o altri mezzi... ( grazie e-book di esistere)...
E-book, io li adoro,in teoria, l'editore non deve più preoccuparsi del supporto cartaceo più o meno di qualità è una spesa che non esiste più!!!! Allora se fosse onesto e con un pò di intraprendenza, pubblicherebbe prima in e-book curando la traduzione e l'editing ecc... al massimo livello e metterebbe sul mercato l'e-book appunto, un buon prodotto a un prezzo contenuto e poi se il romanzo ha successo, in base alla richiesta si potrebbe pubblicare un cartaceo di qualità !
Ok , ora coi miei deliri la pianto :-) anche perché queste cose le ho scritte più e più volte e sto diventando patologica !!!! ( Ricoveratemiiii!!!! :-) )
Lea
La crisi ha effettivamente stravolto i gusti dei lettori e dimostrato come tradire il patto qualitativo tra lettori e casa editrice non porti a nulla di buono. E' un dato di fatto che purtroppo in molti non comprendono, pensando di essere ancora nel tempo delle vacche grasse. Così come molti non hanno compreso che l'ebook è un libro a tutti gli effetti e che il cambiamento del supporto non dovrebbe inficiare la bontà del testo. Dovremmo sganciarci dall'idea dell'ebook:ripiego per spazzatura e/o autopubblicazione per comprendere che esso rappresenta una delle misure essenziali per superare questa fase di stanca del mercato editoriale.
RispondiEliminaStefania Auci